Vivendo per capire perche' vivo scrivo anche per capire perche' scrivo e vivo per capire perche' scrivo e scrivo per capire perche' vivo (E. Sanguineti)
Afterhours
Cara Beltà
Carta
Eddie Rosso
Enrico Brizzi
Eveline
Francigena 21
Francigena, il racconto di Enrico Brizzi
Gabriele Lunati
Gruppoh5n1
Haidée
Kai Zen
La sottile linea bianca
Minimum Fax
Pier Vittorio Tondelli
Transeuropa
Wu Ming
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Così, nel weekend, ti ritrovi sempre più spesso a pensare a una vita che non sembra più appartenerti.
Sempre più spesso, a ripetere i soliti discorsi con gli amici che, ormai, li conoscono a memoria.
Da un anno a questa parte hai praticamente smesso di leggere e di scrivere. E la buona musica si limita al tragitto da casa a ufficio, nell’mp3 sempre più rovinato, accompagnata, in base alle disponibilità del tabaccaio dell’Isola, da una Lucky Strike o da una più morbida Gallouse Blue.
Ormai, sono decine le rinunce che hai fatto. Anche se sarebbe meglio dire che ti hanno obbligato a fare.
E a casa mia, questo, si chiama ricatto.
Così, stordito come dopo una rissa, cerchi di trovare il tempo di guardare un attimo tutto dall’alto, da una prospettiva vantaggiosa, ma, mese dopo mese, la quotidianità che di ingoia ti impedisce di farlo.
A volte, solo durante certi viaggi in treno riesci ad analizzare a fondo una situazione, metterla nero su bianco e scegliere, in un bivio senza indicazioni, o quantomeno senza le distanze che ti separerebbero dalla meta, quale direzione prendere.
Intanto, sei quello che ha 18/21/25 anni ti eri promesso di non diventare.
Un manager in giacca e cravatta. O forse più semplicemente un burattino.
Cerchi anche di farti coraggio da solo, di pensare all’esperienza che stai vivendo come una sorta di “naia”: un paio d’anni di merda che dovrebbero aprirti le porte di un futuro migliore per ritornare, ed è questo il tuo unico desiderio, padrone del tuo tempo.
Ora, hai troppa paura di mollare. Non sono in molti a poter avere il tuo posto e il tuo stipendio, a 27 anni. Ti dicono che il posto è sicuro, e che lo stipendio in futuro non potrà certo diminuire.Ti dicono che è solo questione di aspettare ancora un po’ e poi le cose si sistemeranno.
Forse hanno ragione, ma tu credi di no.
Non vuoi fare carriera lì dentro, vuoi solo acquisire un po’ di competenze e andare per la tua strada.
Ma quello che è abbastanza certo è che, in un modo o nell’altro, tra 15 giorni dovrebbe cominciare ad andare meglio, senza più nessuno sciamano di caffè a tenerti sveglio ad ore incredibili per finire un certo lavoro.
Poiché c’è un tempo per scrivere.
E un tempo in cui quello che è stato scritto diventa altro da te, anche se perennemente legato da fili trasparenti di nebbia.
Ed ora è tempo che qualche scritto provi a cavarsela da solo.
In cui è come se capissi che il Mister non punta su di te.
Ti fa scaldare in panchina, ma poi fa entrare un'altro.
Capisci che è ora, più che mai, di cambiare aria.
Il passo dopo, se no, è la tribuna...
Sto bene se non torni mai
- Verdena -
Le domande che non ho mai fatto
adesso tornano all’attacco
- Numero 6 -
Ieri,
quando sono uscito dal lavoro
ho visto file di ventenni
spogliate come non mai
che entravano in discoteca.
Se loro entravano in discoteca
e io uscivo dal lavoro senza aver ancora mangiato
forse vuol dire
che lavoro troppo.
Hai iniziato a fare il conto alla rovescia quando mancavano 16 giorni alla tua partenza, ma le cose, allora, non andavano ancora così male.
Tutto d’un tratto ti era addirittura sembrato che la fortuna tornasse a sorriderti, perché dopo due anni eri finalmente riuscito a ristabilire un contatto con un certo acino d’uva.
Senza false pretese lo avevi fatto nel modo che ritenevi migliore e quando ti aveva detto che era arrossita, a leggere certe parole, non avevi potuto fare a meno di saltare di gioia.
La trovavi un’immagine molto poetica, quella delle sue guance che imporporavano, e subito avevi annunciato criptico al Socio di prepararsi a dovere, che sabato sera ci sarebbe stato da brindare con le migliori Tennent del paese.
Nulla lasciava presagire quello che sarebbe successo. Talmente repentino e stordente come un gancio sul mento tirato con la poesia di Classius Clay.
Se allora facevi il conto alla rovescia per la partenza era solo perché un sogno si stava realizzando e ogni volta che ci pensavi ringraziavi E. di averti dato quella possibilità.
Gli riconoscevi la generosità d’animo del Tondelli che con le sue antologie under 25 aveva aperto gli occhi a più di un esordiente, e del resto lo stesso E. aveva dedicato Pier Vittorio il suo libro più famoso.
Era una cosa che ti rendeva particolarmente felice e di quel segreto avevi preferito non farne troppo sfoggio, condividerlo solo con chi pensavi potesse capire, gli amici più cari, in numero inferiore a cinque, e qualche altra persona.
Raccontarlo alle pseudo intellettuali radical chic che colonizzano certi salotti ti avrebbe di sicuro aiutato a “combinare” di più, ma di certo non era quello il tuo scopo.
Era passata la nottata ed era arrivato venerdì. Il lavoro già non andava per il meglio e ti chiedevi da un po’ se quello fosse davvero quello che avresti voluto fare nella tua vita.
La risposta la conoscevi già, ma ora c’erano le vacanze e ci avresti pensato meglio a settembre, insieme a tutti gli altri buoni propositi.
Intanto continuavano i progetti con il giovane uomo dalla voce alta quasi due metri e di quei progetti cominciavano ad interessarsi anche giornali e televisioni, e non si era che all’inizio. Lo trovavi estremamente talentuoso e gli avevi promesso che da settembre avresti dedicato più energie anche a loro.
Era arrivato venerdì e, miei cari, l’idea di brindare a Tennet era ancora valida.
Inavvertitamente però, ti era arrivata con un sms una voce indiscriminata. Una sciocchezzuola, una cosa che ti saresti potuto anche aspettare, una cosa che era nell’aria insomma, ma che in un lampo aveva cancellato la gioia per il riavvicinamento con l’acino d’uva.
Stentavi a capirlo, come cazzo funzionasse il tuo cervello, e quella notizia di poco conto era stata in grado di rovinare la gioia del giorno prima. Non avevi brindato con nessuna Tennet alla fine, ma il lunedì le cose ancora non erano precipitate.
Poi, quella sciocchezzuola che una voce indiscriminata, forse frutto di galoppanti fantasie, ti aveva portato alle orecchie venerdì, ti si era rilevata davanti agli occhi come una verità priva di qualunque tipo di dubbio: le cose stavano proprio come ti avevano raccontato.
Ancora stentavi a capire il motivo del rancore che provavi, perché razionalmente non c’era nessun motivo. Nessunissimo motivo proprio.
Possibile che una sciocchezzuola del genere facesse passare in secondo piano il riavvicinamento con l’acino d’uva?
Te lo chiedevi davvero, come cazzo funzionasse il tuo cervello, e intanto lavoravi a numeri di cui non ti importava nulla e spesso ti sembrava che le presentazioni che facevi non venissero considerati a dovere. Ti rincuorava solo la mail di Cristina, che ti aveva scritto che sarebbe stato bello se tutti i collaboratori fossero stati precisi e puntuali come te.
Poi, l’acino d’uva si era nuovamente fatto vivo.
Diceva non trovava per nulla poetica l’immagine delle sue guance che imporporavano e altre baggianate del genere.
Eri stato talmente fermo e deciso, nel risponderle un laconico “fine delle trasmissioni” e nel cancellare, dopo oltre 5 anni, il suo numero dal cellulare, da stupire anche te stesso.
Senza quel numero non avresti potuto chiamarla nemmeno volendo, nemmeno quando dopo la seconda pinta salgono alla mente pensieri di cui ti penti non appena la lucidità torna a farti visita.
Già che c’eri avevi cancellato il numero anche di altra fanciulla, una volta per tutte, e il tuo umore aveva preso a scendere in picchiata.
Una sorta di buunje jumping impazzito.
Con lavoro le cose non andavano meglio e anche tua mamma lo avrebbe potuto capire che se appena arrivato a casa mettevi su solo i Malfunk, i Marlene Kuntz e gli Afterhours qualcosa di certo non girava per il verso giusto.
A volte te la prendevi anche, con tua mamma, e il motivo vero era che si trattava dell’unica persona che ti era abbastanza vicina per sfogare un rancore sordo.
Litigavate per delle cavolate, perché ti rimproverava di pasteggiare a te invece che ad acqua, e intanto ti chiedevi cosa avresti voluto fare della tua vita e speravi che il giorno della partenza si avvicinasse il più possibile.
Il giorno dopo, al lavoro, avevi appeso sull’armadietto vicino alla tua postazione un piccolo poster degli Afterhours e il testo di Ballata per la mia piccola iena.
Cercavi di tenere a bada lo strazio e ti ripetevi che dovevi solo essere zen ancora per 12 giorni e poi saresti partito e ci sarebbe stato il tempo per pensare con calma a tutto.
Hai resistito a fatica e sei diventato scontroso e silenzioso come non ti capitava forse da quinta liceo. A pranzo ascoltavi i discorsi dei colleghi senza fiatare, e tutto ti pareva volgare e privo di senso.
Solo l’amica con cui ti vedi a pranzo una volta alla settimana riusciva a sorriderti e con lei le cose andavano meglio e le potevi raccontare tutto, ma lei, del resto, era una delle amiche su cui sapevi di poter contare.
Gli amici invece non capivano. Certe cose, poi, è più difficile dirle a un amico che a un’amica. Perché a dire certe cose e a toccare certi argomenti, viene naturale abbracciarsi, alla fine, e con gli amici ci si abbraccia solo quando si segna l’ultimo rigore di una finale mondiale.
Non capivano e pensavano che te la fossi presa perché avevi rinunciato a una ragazza di diciassette primavere solo perché ti sembrava troppo piccola e lei giusto il sabato dopo era andata a letto con un tipo esattamente della tua età.
Ti dicevano che a farti certi scrupoli eri un cretino, ma in fondo ti conoscevano e dovevano sapere che non era quello il motivo del tuo umore nero.
Alla fine ce l’avevi fatta, a rimanere zen per altri 12 giorni e finalmente saresti partito. Ti dicevi sicuro che avresti pensato con tutta calma a come affrontare la questione dell’acino d’uva, la sciocchezzuola che ti aveva fatto imbestialire e la grana del lavoro.
In verità ci avevi pensato solo in treno da N. a S., senza venirne a capo poi ed era come se, per quanto ci pensassi, quei pensieri si fossero cristallizzati su quando avevi già deciso.
L’acino d’uva finalmente sarebbe potuto andare a farsi fottere, in senso figurato intendo, perché di certo non ti saresti più svegliato alle 5 e mezza per aspettarla invano in stazione.
Ti sembrava di essere finalmente riuscito a chiudere quella storia con un bel fuoco d’artificio, di aver fatto quello che fino ad allora non avevi fatto per nessuna ragazza.
E se due anni fa quello che ti pesava era la non-fine di quella storia, il non essersi detti addio prima della sua partenza, ora avevi l’animo in pace e forse un giorno, se ti capiterà di rincontrarla per caso, più matura ma sempre maledettamente bella, riuscirai a ringraziarla per averti insegnato suo malgrado a scrivere poesie.
Ora che ci pensi però, per quanto doloroso, ti dici che forse sarebbe meglio non rincontrarla mai più.
La sciocchezza che ti aveva fatto imbestialire, le aspettative non corrisposte, sapevi da principio che non erano che un errore tuo. Ancora non capivi la causa del tuo rancore, ma perché era una cosa da poco, più ti avvicinavi a S. e meno ci pensavi. Ti dicevi che sarebbe tornato tutto a posto, ma ancora faticavi a capire come funzionasse il tuo cervello.
Il lavoro, beh, su quello avevi già le idee abbastanza chiare. Le avevi abbastanza chiare da quando avevi visto una ragazza in treno festeggiare perché dopo uno stage era stata finalmente assunta. Assunta per fare il lavoro che sognava di fare, diceva. Hai pensato che se ti avessero assunto non avresti di certo festeggiato così e tutto allora ti è sembrato ancora più nitido.
Poi hai camminato dieci giorni con amici che non sapevi di avere, e le uniche preoccupazioni erano il cerotto flector che non rimaneva attaccato al ginocchio, il ricordarsi di prendere aulin e polase dopo cena, di imboccare la strada giusta ai bivi mal segnalati e di scampare dalla fauci di pastori maremmani messi a guardia di greggi di pecore.
Sei tornato al lavoro convinto che tutto fosse passato e sapevi da principio che dopo quattro giorni saresti partito di nuovo.
Sei tornato al lavoro più sereno, ma lo smettere di camminare ti ha fatto tornare su i pensieri cristallizzati di prima. Il lavoro, prima di tutto, e la sciocchezzuola, in secondo piano.
Nessun acino d’uva, per fortuna (forse sei un congegno che si spegne da sé).
Ti sono bastati due giorni perché l’umore tornasse a minimi storici e ti fa paura pensare come andrà a settembre, quando non ci sarà nessun inter-rail ad attenderti dopo quattro giorni lavorativi.
Ti fa maledettamente paura, pensare a come sarà settembre, ma per ora non puoi farci nulla. Puoi solo partire con la voglia di non tornare più e con il pensiero dei progetti che ti attendono insieme a E. e insieme al giovane uomo dalla voce alta quasi due mesi.

In libreria dall'8 maggio!
Non voglio riposare per l'eternità, voglio morire giovane e fare l'amore sopra le nuvole
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